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Biotestamento , il testo integrale del mio intervento alla Camera.

19 aprile 2017 di Maurizio Lupi

Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che questo sia il momento più alto del valore di un’istituzione. Quello che stiamo facendo in questo momento valorizza il ruolo laico, fino in fondo laico, del Parlamento, ma ad una condizione: proprio perché questo è il luogo del confronto, della sintesi, dell’ascolto, del raccogliere drammi, del raccogliere domande, del raccogliere giudizi, non ci siano pregiudizi, da una parte e dall’altra, ma ci sia il tentativo di capire e di comprendere per arrivare ad una sintesi.
Ho sentito nel dibattito, negli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, parole di buonsenso, parole vere, parole in cui ognuno di noi crede. Prima una collega diceva che bisogna sospendere le nostre certezze, io credo che sia esattamente l’opposto quello che noi dobbiamo fare: raccogliere le domande continue che abbiamo, partire dai nostri ideali, dai nostri valori, dalle nostre storie, e cercare, partendo da quelle certezze, di utilizzare lo strumento della legge per dare la sintesi, la migliore risposta a quelle domande che incontriamo.
Ho sentito nei giorni scorsi, nelle precedenti settimane, da parte di opinionisti, dire di non riportare più le opinioni di quei parlamentari che non accettano di dare finalmente una legge che dica sì all’eutanasia, sì al suicidio assistito, eccetera: è talmente evidente che bisogna andare in quella direzione per cui il Parlamento si muova ed agisca. Io credo che si debba portare rispetto per chi sostiene quelle opinioni, ma altrettanto rispetto e dovere per chi con forza vuole dare il proprio contributo perché la legge rispetti il primo principio che addirittura questa legge si pone all’articolo 1, perché il primo principio di qualsiasi legge, proprio perché è strumento che regola la vita di una comunità – e all’interno della comunità c’è la persona, l’individuo, la libertà, la sua dignità – è esattamente quello che viene detto all’articolo 1: questa legge tutela la vita e la salute dell’individuo, rispetto alla fine della vita, rispetto alla malattia, rispetto ai drammi della solitudine e all’incapacità di una società di accogliere e di dare una risposta. Come può una legge tutelare, non la morte, ma la dignità della vita e non nascondere la morte, ma accompagnare alla fine della vita, perché anche la morte sia un segno di quella dignità? Su questo vanno rispettate non solo tutte le opinioni, ma va rispettata la dignità di un dibattito anche da parte di coloro che dicono che è diritto di un uomo esplicitare la sua libertà di non volere le cure, diritto di un uomo chiedere assistenza allo Stato, diritto di un uomo nella sua libertà, nel paradosso totale della sua libertà, togliersi la vita, ma non è diritto, non esiste un diritto civile che chiede allo Stato di dare la morte. Questo è un principio che appartiene alla cultura laica dell’Occidente in cui noi, per secoli, abbiamo vissuto. Questo è il primo punto su cui noi, se siamo d’accordo su questa ipotesi, possiamo, in questa fase, in questo dibattito, trovare punti comuni per dare una risposta a quelle domande. Non a caso noi ci siamo sempre detti favorevoli ad una legge che potesse regolamentare, da una parte, il consenso informato e, dall’altra, le disposizioni anticipate di fine vita. Addirittura, con l’onorevole Calabro’ e con molti altri colleghi nella passata legislatura e in questa legislatura, abbiamo fatto delle proposte che andavano in questa direzione. Quindi, è sbagliato dire che non si vuole rispondere a questa esigenza e alla domanda che viene posta, ma i punti che stiamo ponendo in questa discussione e su questo tema sono punti che credo debbano porre domande a noi stessi, ma anche agli altri.
Prima, l’onorevole Bersani citava quell’accompagnamento della fine della vita, quel tornare a casa, quell’atto d’amore che avviene nel momento in cui i familiari, il medico o il paziente vivono quei momenti drammatici in cui la vita si sta spegnendo. Ebbene, quello che noi poniamo nell’atto della discussione di questa legge è esattamente questo; c’è la dignità del paziente, c’è la libertà di poter disporre delle proprie volontà, di poter dire “no” all’accanimento terapeutico, di dire con libertà e con responsabilità: quelle cure non le voglio. Ma quel rapporto di amore che esiste tra la famiglia e il paziente, quel rapporto di corresponsabilità che ognuno di noi ha vissuto, che esiste tra quella famiglia, quegli amici, quel paziente e il ruolo del medico, come lo tuteliamo, come lo sviluppiamo? Se non c’è la legge, c’è la libertà e la sensibilità, in quell’istante, in quel luogo, in quell’ospedale; ma se decidiamo di fare una legge, come vengono tutelate entrambe quelle due caratteristiche che devono rimanere fondamentali? A chi si rivolge la famiglia, quando vive quel dramma, che ruolo e quale rapporto si ha tra famiglia e medico? Il medico ha semplicemente un ruolo di esecutore delle disposizioni? È stato cambiato, addirittura, il titolo di questa legge; prima erano “dichiarazioni”, poi per voler affermare il carattere vincolistico di quelle dichiarazioni si è cambiato il termine da “dichiarazioni” a “disposizioni”. Addirittura, all’interno proprio del dispositivo, proprio perché non si è risolta questa contraddizione, esiste la contraddizione in cui da una parte c’è il medico che è vincolato a quelle disposizioni e dall’altra il medico che, in coscienza, non etica, ma in coscienza professionale, può verificare se quelle disposizioni vanno contro la natura stessa della persona e della dignità di quella persona. Quali certezze abbiamo nel momento in cui stiamo facendo una legge, non stiamo facendo una discussione. Oggi, un paziente dichiara la propria volontà di non essere curato, di non essere assistito e di non volere quelle cure…
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, dovete abbassare la voce, perché è esattamente come quando parlavano i vostri rappresentati.
MAURIZIO LUPI. E come garantiamo a quella stessa dignità della persona, a quella volontà di quel paziente, a quella volontà complessiva della famiglia che fra cinque anni, fra dieci anni – noi oggi facciamo disposizioni ora per allora -, quindici anni, vent’anni, il più tardi possibile, magari, su quella malattia la scienza ha fatto talmente tanti progressi che ha individuato una cura che non solo dà dignità all’accompagnamento della fine della vita, ma che permette la guarigione di quella malattia, la possibilità che quella vita ritorni ad avere, nella sua pienezza, una dignità.
E noi come la regolamentiamo? E chi decide questo? E questa discussione, che non è ideologica, che è pragmatica, che è concreta, che appartiene alla responsabilità del Parlamento, del fare le leggi, come diventa una possibilità, una volta che diventa una legge, cioè un punto di riferimento per tutti, come si tengono presenti le due questioni che sono entrambe valide, che sono entrambe importanti? Per questo noi diciamo che al di là delle discussioni ideologiche, proprio perché siamo in un momento di sintesi, le osservazioni che poniamo, il ruolo del medico, il ruolo assolutamente della famiglia, il ruolo della libertà, delle disposizioni del paziente, si devono coniugare con forza con il ruolo del medico. E, oggi, nel testo, questo ruolo è ancora confuso. Il medico è ancora relegato ad essere un mero esecutore, ma noi non abbiamo bisogno di medici che siano meri esecutori. Il fine ultimo dell’agire di un medico rimane sempre, proprio per la natura del suo agire, la difesa e la promozione non della morte, ma della vita. Questo è il punto essenziale.
Secondo elemento: siamo contro l’accanimento terapeutico, siamo tutti contro l’accanimento terapeutico. L’onorevole Binetti, prima, addirittura, ha ricordato come una cultura delle cure palliative in questo Paese non c’era e l’abbiamo affermata, abbiamo ricordato come devono esserci anche luoghi, pensiamo ai nostri hospice, che si stanno sviluppando nelle diverse città, dove sia possibile che quel pezzo finale della vita abbia la sua dignità, indipendentemente dalla condizione economica di un paziente o di una famiglia. Ebbene, affermato questo, si può e si deve poter rifiutare ed essere contro l’accanimento terapeutico, ma alimentazione e idratazione sono cure? Sono cure il dare da bere e da mangiare ad una persona, non il non dargli la medicina che lo può far guarire o che può fargli allungare la propria vita, semplicemente il dare quello che è l’elemento essenziale per la dignità di una vita, dare da bere e da mangiare, diciamo addirittura dare da bere e da mangiare, proprio quando questo non è all’interno di una cura medica? Questa è una richiesta che va verso il dare chiarezza, nella legge, il ridare dignità, rispettando la libertà e la volontà del paziente o è una battaglia ideologica? Ma abbiamo visto le persone morire di fame e di sete? E noi, oggi, con certezza possiamo dire che togliere anche ad un paziente terminale, da bere e da mangiare, come avviene oggi per chi non riesce a mangiare e bere come normalmente noi facciamo, questo appartiene all’accompagnamento e alla dignità della propria vita? Morire in quel modo? Io credo che su queste domande nessuno di noi possa avere una certezza; non è una questione di “etica”, è una questione di rispetto della dignità umana. E noi l’abbiamo detto, miglioriamo su questo punto, miglioriamo sul punto del rapporto tra medico e paziente, lavoriamo seriamente, abbandonando, dimenticando le parti da cui partiamo e lavoriamo perché questo – su cui noi tutti dovremmo riconoscerci, un Paese, un Parlamento un’istituzione deve riconoscersi – possa avere, in una legge, non in un dibattito, la propria esplicitazione chiara.
Il terzo punto che abbiamo detto, addirittura, è equivoco e non chiaro. Oggi disponiamo, oggi decidiamo le volontà di allora e noi diciamo che quelle volontà devono esplicitarsi e devono esprimersi quando il paziente non è più capace di intendere e di volere. Noi chiediamo: quando un paziente non è più capace di intendere e di volere in maniera definitiva? E qui è sempre il medico che può e deve decidere; quanti casi abbiamo davanti, non che leggiamo sui giornali, ma che conosciamo in cui accade, accade drammaticamente che c’è un periodo non definitivo, ma particolare, momentaneo di interruzione della propria capacità di intendere e di volere e poi sappiamo che dopo tre giorni, dopo cinque giorni, dopo un mese, proprio per la tipologia della malattia o di quell’accadimento medico, sappiamo per certo, il medico sa per certo, che quel paziente si riprenderà, valgono quelle disposizioni o non valgono? Stiamo parlando di discussioni o stiamo parlando della vita anche di quella persona ed in quel momento della sua non capacità di poter tornare eventualmente indietro rispetto alle sue volontà?
Ecco, noi stiamo ponendo questi temi, proprio perché in questa legge non si parla di suicidio assistito, non si parla di eutanasia, non si parla cioè di una antinomia che esiste tra i diritti civili e il diritto alla morte, perché i diritti civili, ci piaccia o non ci piaccia, appartengono alla dignità della persona e alla dignità della vita. Noi dobbiamo combattere la morte, non dobbiamo eliminare la paura della morte, perché la morte ci richiama alle condizioni della vita umana, al non essere ovviamente padroni di tutto e di tutti.
Viviamo anche un periodo, per chi è cattolico, che richiama ovviamente a questa condizione, quello della Quaresima. Ma non è questo il tema! Il tema è esattamente un altro, proprio perché stiamo lavorando, stiamo cercando di dare una legge a questo Paese, senza – “senza” dico – lo stimolo e il bisogno dell’opinione pubblica, che su casi drammatici, personali e individuali ti costringe ad andare in una certa direzione.
Vale per certi casi, deve valere anche per questo. Non si è mai visto che un Parlamento debba, di fronte ad un omicidio clamoroso, ad un assassinio clamoroso e vergognoso, deliberare se introdurre nel nostro Parlamento una legge sulla pena di morte o meno. Infatti, la legge deve sempre non andare mai dietro l’opinione pubblica, il senso del momento – perché sennò si fa una pessima legge -, ma deve essere sempre il giudizio meditato, ragionevole e confrontato, riguardo alla realtà e alla dignità, della vita di una comunità e della vita delle persone che sono all’interno della comunità.
Proprio per questo diciamo che abbiamo ancora tempo, molto tempo. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ci batteremo fino alla fine in questa direzione, perché una legge possa essere data, ma una legge possa essere migliorata. Si sono fatti dei passi avanti, rimangono contraddizioni che vanno esattamente nella direzione opposta alla volontà di questa legge.
Altrimenti si scelga un’altra strada legittima, su cui ovviamente, però, si faccia un confronto alla luce del sole, che è quella del suicidio assistito e dell’eutanasia. Il Parlamento non ha scelto questa strada. Anche chi ha voluto incardinare questa legge ha detto esplicitamente che questa non è la strada che vuole percorrere. L’errore più grave da parte di un’istituzione, da parte di politici, da parte del Parlamento, sarebbe quella, non volendo raggiungere quell’obiettivo, di raggiungerlo indirettamente. Sarebbe l’errore più grave, perché non è la chiarezza e la correttezza nei confronti di se stessi, ma anche nei confronti dei cittadini. Si dica esplicitamente qual è lo scopo di una legge e coerentemente lo si raggiunga. Ma se lo scopo di questa legge è un altro, ci si aiuti coerentemente a migliorarla e a togliere tutti gli equivoci che vanno esattamente nella direzione opposta di quello che noi riteniamo essere, come detto all’articolo 1, lo scopo principale di una legge come questa: tutelare la vita e la salute dell’individuo.
Tutela della vita, libertà della persona, dignità umana sono fondamenti di uno Stato laico, di uno Stato profondamente laico. Libertà e diritto: da sempre sono grandi discussioni. Non possiamo evitare questi temi, ma dobbiamo affrontarli, con serietà e con responsabilità, dicendo con chiarezza le nostre certezze, per costruire una casa comune, partendo dalle nostre certezze, che dovrebbero essere certezze comuni, per andare a costruire una comunità dove la persona sia sempre accolta.
Ho sentito interventi in quest’Aula che richiamano ancora di più, non a eliminare il problema, ma innanzitutto a darci una grande priorità, che ancora oggi manca. Ancora oggi c’è un’effettiva disparità di trattamento, da regione a regione, da città a città, nell’accogliere e nell’accompagnare situazioni come quelle a cui assistiamo: la fine della vita, il dramma di malattie permanenti, il dramma di famiglie che economicamente non reggono e che non sono capaci di reggere quel segno che hanno, quell’accogliere fino in fondo quella situazione che vivono.
Ecco, questa è la prima priorità che uno Stato dovrebbe darsi, quella di dare risposte a queste persone, di ridare dignità, di ridire che uno Stato come il nostro è uno Stato dignitoso, proprio perché è capace di non scartare il problema, di non eliminare il problema, ma di accoglierlo e di risolverlo, da un punto di vista della risposta a quella domanda che si incontra.
Ecco, io credo che queste siano le ragioni per cui il nostro gruppo in tutti questi mesi ha lavorato in positivo, anche contro tentativi di far diventare questo progetto di legge o questo tema come lo sventolare una bandiera ideologica, come se fosse un’asta da mettere in un campo, per dire: abbiamo segnato il campo. Nessuno può segnare il campo su questi temi, ognuno di noi dà il proprio contributo. E noi l’abbiamo fatto con passione, con forza e – speriamo – con intelligenza, insieme a tanti altri colleghi, per cercare di compiere fino in fondo il dovere di un parlamentare, che rappresenta qui storie, che rappresenta parti, che rappresenta con orgoglio ideali e valori, che rappresenta con orgoglio certezze, ma che dà il contributo di queste storie, il contributo di questi ideali, il contributo di queste certezze, mettendole a disposizione, perché la legge possa essere quel segno anche per il futuro e non solo per il presente per un Paese. Quel segno di un Paese che non ha paura di affrontare i drammi, non ha paura di accogliere gli esclusi, non ha paura di pensare che la cosa più semplice sia eliminare il problema.
Noi vogliamo affrontare il problema, perché il problema è una ricchezza, non è un problema, è un elemento di ricchezza per uno Stato come il nostro. Questa è la ragione per cui chiediamo, signor Presidente, che si spendano le ultime ore e gli ultimi giorni di dibattito e di discussione, nell’entrare nel merito degli emendamenti, partendo dall’articolo 1 fino agli altri articoli, fino all’articolo 5, per migliorare questo progetto di legge. Se proprio si vuole che questa diventi una legge dello Stato nel breve periodo e non solo ci si vuole mettere una patacca, un gagliardetto, una coccarda alla giacca, per dire che comunque almeno in un’Aula abbiamo fatto qualcosa, si faccia lo sforzo, fino in fondo, di accogliere anche le sensibilità e le richieste degli altri


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