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Se fossi ancora ministro rivelerei i nomi dei debitori Mps – Intervista a Libero

23 gennaio 2017 di Maurizio Lupi

«Calenda sbaglia a coprire i debitori del Monte. Le nostre condizioni a Gentiloni per durare»

 

 

L’ex titolare dello Sviluppo: «Non voteremo mai nuove tasse imposte dall’Ue. A Maroni dico: questa Lega non la sosteniamo»

Onorevole Lupi, quanto ci gode a vedere gli stracci che volano tra Salvini e Berlusconi? «Adesso che il M5S è impegnato a dimostrare che può essere una forza di governo, Salvini alza i toni per allargare il proprio hacino elettorale sul fronte della protesta antieuropeista».

Tutto normale quindi? «Salvini è coerente con se stesso ma non con la storia della Lega, a cui Bossi aveva dato un’identità federalista e “anti-fascista”. Invece lui ha svoltato verso la destra nazionalista, punta a convincere tutti di essere la Le Pen italiana».

Correrà anche con la Meloni… «Vedremo se la Meloni gli andrà dietro. Fratelli d’Italia deve difendere la sua identità, se insegue troppo la Lega rischia di regalare il suo consenso all’estrema destra».

Infierisce… Ma Bossi realizzerà la minaccia di fare una scissione nella Lega se Salvini resterà su posizioni anti-berlusconiane? «Credo che Berlusconi preferisca la Lega di Bossi ed è noto che tra di loro i rapporti non si sono mai interrotti.Il diavolo si nasconde nei dettagli: quando Tajani, uno dei fondatori di Forza Italia, l’alter ego di Berlusconi nel Ppe, viene eletto presidente dell’Europarlamento, Bossi si affretta a congratularsi ufficialmente, Salvini lo attacca duramente».

La nomina di Tajani allora allontana ancora di più la Lega da Forza Italia e dai moderati? «Difficile che con Tajani presidente dell’Europarlamento Forza Italia si metta a fare l’antieuropeista».

Quindi la Lega si spacca? «Non entro nei problemi della Lega, credo che Salvini per rimanere alto nei sondaggi continuerà a sparare bordate, precludendosi però così la possibilità di dialogo e di essere forza di governo».

Perdoni l’insistenza sulle vicissitudini della Lega, ma anche se a Roma Ncd sostiene il governo del Pd, in Lombardia sta con Maroni che si ricandiderà governatore… «L’ho letto. Bravo Maroni».

Deduco che lo sosterrete. «Mi auguro di poterlo sostenere, ma certo Maroni avrà dei problemi a mettere insieme una coalizione. Nel 2018 si voteranno contemporaneamente le Amministrative e le Politiche: come farà la Lega a farsi sostenere da Forza Italia e centristi in Lombardia se Salvini contemporaneamente si candiderà premier contro Berlusconi e i moderati?».

Me lo spieghi lei… «Questa contraddizione non terrà, Maroni dovrà scegliere tra Salvini e gli altri alleati. A meno che non si torni a un’alleanza tra Forza Italia e Lega anche a livello nazionale, con una sottomissione di Forza Italia al Carroccio. Per noi moderati, con queste posizioni di Salvini, sarebbe impossibile fare accordi».

Sbaglio o dà per scontato che si voti per le Politiche nel 2018? «No, ma quella è la scadenza naturale. Siamo senza legge elettorale, non ci sono i tempi tecnici per votare a giugno, e neppure la volontà politica. E poi se Gentiloni dimostrerà di avere le gambe per governare e riuscirà a dialogare con Forza Italia su alcuni temi fondamentali, è giusto farlo andare avanti».

E quali sono i temi fondamentali del dialogo Pd-moderati? «Il dialogo tra Pd, noi e Forza Italia può continuare per esempio, respingendo al mittente la richiesta arrivata dall’Europa di una manovra di 3,4 miliardi. L’atteggiamento di Gentiloni verso la Ue sarà fondamentale, il premier deve chiarire alla Merkel che se l’Europa non punta sulla crescita muore. Sia chiaro che Ncd non voterà mai nuove tasse imposte dall’ Europa».

Io non vedo una Ue pronta all’autocritica e al cambiamento… «Sarà costretta a farlo, perché la realtà è più testarda delle intenzioni degli euroburocrati. La Brexit è stata il primo segnale, Trump il secondo. Se la Ue non cambia muore. Uno dei maggiori meriti di Renzi è stato dire alla Merkel che l’Italia era stufa di fare i compiti a casa».

Mi sciolga un dubbio: sto parlando con un parlamentare di centrodestra o di centrosinistra? «Lei è il solo rimasto a non sapere che non ci sono più centrodestra e centrosinistra di una volta, almeno in questo Salvini ha ragione…».

È per questo che state meditando di cambiare nome? «Cambieremo nome perché lavoriamo per riaggregare altre forze».

Scusi se mi ripeto ma è per semplificare: a destra o a sinistra? «Ancora? C’è il rischio che alle prossime elezioni sparisca una rappresentanza fondamentale della storia della Repubblica, il fronte moderato di cultura liberale, cattolica e socialista. Noi stiamo lavorando per metterlo insieme. Ncd più che il partito degli schieramenti dev’essere il partito delle proposte. Il partito che se vede la Francia che, dopo Mediaset, tenta di comprarsi anche Generali e nello stesso tempo interviene per bloccare Fincantierinell’acquisizione del più grande cantiere francese, non sta zitto. Come non sta zitto se vede il tentativo di legalizzare il suicidio di Stato».

Quanto allo schieramento? «Dipenderà dal sistema elettorale che verrà fuori dopo la sentenza della Consulta. Vista la frammentazione del quadro politico, mi auguro sia un sistema proporzionale con un premio di maggioranza congruo ma non enonne – 90 deputati – che garantisca la govemabilità. Se il premio sarà al partito e non alla coalizione, non ci sarà bisogno di scegliere da che parte stare».

Ma una soglia di sbarramento, forse al 5%, ci sarà di sicuro… «La soglia al 5% non ci sarà. Noi vogliamo il premio alla coalizione e lo sbarramento al 3%. Per questo stiamo lavorando per aggregare».

Con chi: Parisi, Fitto, Silvio? «Speriamo in una federazione ampia di moderati, mi immagino una sorta di Ppe all’italiana».

Sospetto che vogliate utilizzare l’anno che ci separa dalle elezioni come prova generale di grande coalizione. Come la mettete con i tanti azzurri che non vogliono rompere con la Lega? «Le grandi coalizioni si fanno dopo il voto, quelle fatte prima si chiamano alleanze. Poi, Forza Italia è Berlusconi, se vuoi starci il punto di riferimento è lui, se non ti va bene te ne devi andare, come abbiamo fatto noi quando decidemmo di continuare a sostenere il governo Letta».

Berlusconi però il passo indietro nell’interesse comune della federazione dei moderati a cui accennava prima non lo farà mai… «Riaggregare i moderati è una strada obbligata anche se Forza Italia non ci stesse. Noi lavoriamo perché possa accadere, e in ogni caso vanno individuate nuove formule anche nella scelta del portavoce, se non vogliamo chiamarlo leader: delle primarie con la partecipazione di tutti darebbero molta forza al progetto e al prescelto. Comunque, se sarà una federazione, ognuno potrà mantenere il proprio ruolo».

Ma c’è già l’accordo con Berlusconi per puntare a un governo di grande coalizione con il Pd? «Le ho già risposto. Ora il lavoro è tornare a far essere credibile la nostra proposta politica. Di certo c’è che M5S è l’avversario, il programma lepenista della Lega non lo possiamo condividere e con un Pd a guida D’Alema non vogliamo averci a che fare».

L’idea della grande coalizione ha un punto debole: non ha il consenso della maggioranza degli italiani e difficilmente lo avrà mai… «Questo è il punto. I cittadini tornano a votarti se dici loro qualcosa, come Berlusconi nel ’94, che suscitò un sogno e vinse per i contenuti».

Vinse contro la gioiosa macchina da guerra di Occhetto… «La stagione dello scontro ha prodotto solo danni. La politica come annientamento del nemico ha generato il mostro dell’antipolitica. E ha portato a decisioni ingiuste come l’applicazione retroattiva di una legge per estromettere Berlusconi dal Parlamento. Mi auguro che la Corte Europea sani questo vulnus».

Dopo il referendum la sinistra del Pd ha rialzato la testa, in tanti non vorranno accordi coi moderati: cosa le fa credere che Renzi riuscirà a rappattumare il tutto? «Renzi incarna la contraddizione del Pd oggi. L’ex premier non ha nulla in comune con la vecchia classe dirigente comunista che ancora alberga nel Pd, che ha tentato di farlo fuori. Matteo ha un problema di controllo del partito, vuole andare a votare subito, per evitare che i suoi nemici interni si organizzano».

Vede in pericolo la leadership di Renzi nel Pd? «Conosco l’uomo e so che non mollerà. Faccio il tifo per lui, e non vedo nessuno in grado di scalzarlo. Renzi deve stare attento soprattutto a se stesso».

In che senso? «Ho letto l’intervista a Repubblica fattagli da Ezio Mauro, che è stata la rentrée politica di Matteo. Perfetto nella prima parte, quando ha ammesso le proprie colpe, ma poi è cascato nelle provocazioni ed è riemerso il Renzi ganassa che vuole sempre aver ragione, e perde».

Non sono stati anche gli scandali bancari a determinare la sua sconfitta al referendum? «Tutto ha avuto il suo peso».

Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, si oppone alla pubblicazione dei nomi dei cento grandi debitori di Mps. Se lei fosse ancora ministro dello Sviluppo farebbe altrettanto? «Ritengo Calenda una bella novità per la politica per come sostiene l’imprenditoria italiana e per la sua idea dell’industria 4.0, ma sulle banche sono in totale disaccordo con lui. Proprio nel momento in cui sosteniamo che salvare Mps con i soldi pubblici è un interesse nazionale primario abbiamo il dovere della trasparenza e dell’individuazione delle responsabilità».

Calenda dice che non vuole pubblicare i nomi per proteggere le aziende e l’economia… «Capisco le sue ragioni, ma chi vuole ridare fiducia ai cittadini non può permettersi il lusso dell’opacità nel momento in cui mettiamo le mani nei loro portafogli. E una questione di priorità, anche la fiducia muove l’economia. Su Mps però mi consenta una frecciata».

Anche due… «Massimo D’Alema non può tenere lezioni su Mps. Se la banca oltre che come sostegno di imprese decotte è stata usata come strumento politico di controllo territoriale,
le, nessuno del vecchio Pd può tirarsi indietro».

Visto che mi riporta al territorio: sa che il suo alleato Maroni lancerà un referendum per l’autonomia della Lombardia? «Un altro referendum? Mi sembra una battaglia di bandiera controproducente. La Regione che ha più autonomia è la Sicilia, ciononostante va male e Crocetta è considerato il peggior governatore d’Italia. La vera debolezza della riforma costituzionale di Renzi era che non toccava le Regioni autonome».

Maroni non mollerà… «Maroni è un lombardo pragmatico come me: come coniuga il referendum sull’autonomia con Salvini che fa la Lega d’Italia togliendo il Nord dal simbolo? Maroni sa che un federalismo senza prima adeguare la struttura dello Stato non funziona. Io sono per l’autonomia, penso che le Regioni virtuose vadano premiate e non costrette a mantenere le altre, ma dico anche: hanno ancora senso venti Regioni?».

Di PIETRO SENALDI 

fonte: Libero


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