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La politicizzazione sta spaccando il Paese, alimentando una divisione che non è sui contenuti – Intervista al Corriere della Sera

28 novembre 2016 di Maurizio Lupi

Con la nuova Carta addio veti, il Molise da solo blocca l’alta velocità

«Se passa bene per il Paese, ma basta delegittimazioni reciproche»

Giorgio Napolitano ha parlato di «clima aberrante» intorno al dibattito sul referendum. L’onorevole Maurizio Lupi gli dà «completamente» ragione e argomenta: «La politicizzazione sta spaccando íl Paese, alimentando una divisione che non è sui contenuti ma sulla identificazione dell’avversario come male assoluto».

Di chi è la responsabilità?  «Di tutti. Abbiamo già dimenticato la lezione del 2013, quando gli elettori punirono la classe politica nel suo complesso con l’esito di un voto che aveva portato all’immobilismo. Avevamo capito che era necessario restituire dignità alla politica e cominciò il cammino delle larghe intese per garantire governabilità e riforme partendo da ciò che ci univa prima che da quello che ci divideva».

Che il problema siano proprio le larghe intese? «Il problema è il fatto che si è tornati a credere che il proprio successo politico dipenda dalla demonizzazione dell’avversario e non dalla credibilità e positività delle tue proposte. Infatti oggi si usa la riforma per mandare a casa l’altro. Ed è inaccettabile il tutti contro uno: qualche anno fa accusavamo la sinistra di avere come unico elemento di unità l’essere contro Berlusconi. Oggi vale lo stesso principio: solo che al nome di Berlusconi è stato sostituito quello di Renzi».

Non ritiene che anche l’atteggiamento del premier abbia invelenito il clima? «Beh, credo se ne sia accorto anche lui. Quando personalizzi dicendo “Se non passa vado a casa”, di certo non aiuti e sposti l’attenzione dai contenuti alla diatriba politica».

Perché sostiene il Si? «Perché voglio cambiare un’Italia bloccata. Un Paese dove il codice della strada che ho licenziato da ministro nel 2o13 deve ancora essere approvato dopo 1.300 giorni. Un Paese dove una regione di 3oo mila abitanti, il Molise, vietando il raddoppio della ferrovia su un tratto di 33 km blocca l’alta velocità su tutta la linea adriatica. Un Paese, unico in Europa, dove il governo deve chiedere la fiducia due volte, alla Camera e al Senato, con un sistema che di fatto rende difficilissima ogni decisione. L’ideale della democrazia non può essere non decidere mai: così ci si condanna all’inefficienza».

Che succede se vince il No? «Intanto diciamo cosa non succede: non ci sarà nessuna catastrofe, così come non ci sarà un attentato alla democrazia se vincerà il Sì. Non si convince la gente dipingendo scenari apocalittici».

Nel merito quindi? «Non cambia nulla e resta tutto uguale ad ora, che non vincerà il No ma il mai. Penso ad una cosa semplicissima che è il fattore tempo, che è decisivo per imprese e famiglie, con il Si avremo tempi certi e più rapidi per l’approvazione di una legge. Questo è un valore oppure no? L’alternativa è rassegnarsi a iter lunghi e risultati incerti».

Quali conseguenze ci saranno sul governo, nel caso sempre di vittoria del No? «Renzi certamente non starà a galleggiare e sicuramente ci sarà un periodo di instabilità politica. Ma ripeto che non dobbiamo usare questa arma per convincere gli elettori a votare Si. Discutiamo nel merito, abbandoniamo l’arma dell’offesa e della delegittimazione reciproca e forse eviteremo di trovarci dopo il 4 con un’Italia ancora più divisa e di raccogliere solo i cocci».

di Elisabetta Soglio

Fonte: Corriere della Sera


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