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Lasciai il ministero per la mia dignità, ora fermiamo i processi mediatici

22 ottobre 2016 di Maurizio Lupi

«All’epoca mi sono dimesso per un gesto di responsabilità nei confronti della politica, la politica come la intendo io, e per rispetto della mia dignità. Adesso però chiedo a tutti una riflessione profonda sui processi mediatici che seguono le indagini». L’ex ministro Maurizio Lupi nel marzo 2015, 22 mesi dopo la sua nomina alla guida del ministero delle Infrastrutture, scelse di dimettersi nel momento in cui la valanga travolse il suo ministero con l’arresto «eccellente» del potentissimo super manager Ercole Incalza che all’epoca finì agli arresti. Fu Lupi, oggi capogruppo alla Camera dei deputati di Area Popolare, quando arrivò alla guida del ministero, a confermare Incalza, anche dopo il suo pensionamento, alla guida della struttura tecnica di missione, quella che decide tutto su tutte le opere pubbliche. Per quella vicenda l’ex ministro non è mai stato indagato ma alcune intercettazioni tirarono in ballo suo figlio al quale Stefano Perrotti, l’ingegnere che per anni ha collezionato le direzioni lavori delle più grandi opere pubbliche italiane, aveva regalato un Rolex per la laurea. «Conosco la famiglia Perotti da quindici anni — era stata la sua difesa — passiamo insieme diverse festività, conoscono mio figlio da quando era piccolo». 

«Le indagini sono assolutamente legittime — spiega adesso Lupi — ma non bisogna dimenticare le conseguenze che possono avere sulla vita delle persone. Troppo spesso un avviso di garanzia equivale a una sentenza di condanna». Adesso che in questa vicenda buona parte delle accuse — quelle relative alla corruzione sulla tratta ferroviaria dell’Alta velocità Firenze – Bologna e per il sottoattraversamento della Tav — sono state archiviate dal gip di Firenze Lupi ribadisce che quella scelta di lasciare il ministero la rifarebbe anche oggi: «Vado a testa alta per quella decisione. Troppo spesso però i giornali, che dedicano pagine intere anche a un semplice avviso di garanzia, dimenticano di dare le notizie quando le accuse vengono archiviate».

 Oggi Incalza e Perotti non sono usciti del tutto dall’inchiesta sulle Grandi Opere e sul sistema di tangenti e favori. Per loro resta ancora in piedi l’accusa di corruzione continuata a Roma. Mentre a Firenze, dopo le archiviazioni di settembre, per Perotti rimane sempre aperto un capitolo sulla frode in pubbliche forniture (per la progettazione, direzione lavori e realizzazione del Passante ferroviario Alta Velocità del Nodo di Firenze, della nuova stazione) per il contratto stipulato tra la società Dilan.Fi con Rete Ferroviaria: Perotti, indagato insieme a Furio Saraceno, allora presidente del Cda di Nodavia, avrebbe fornito una prestazione di direzione lavori del valore di 21 milioni di euro, invece dei 42 milioni prestabiliti dall’accordo. Il resto del fascicolo è stato già trasmesso dalla Procura di Firenze alle altre città competenti: Roma, Milano e Brescia, per la vicenda del lotto Brescia Verona della linea ad alta velocità Milano Verona. Sono ancora aperte anche le indagini sui presunti illeciti relativi a lavori Tav sul valico di Giovi della Genova-Milano, all’autostrada in Libia Eas EidyerEmssad, alla Salerno-Reggio Calabria e sul porto di Olbia.

di Mollica Antonella

Fonte: Corriere Fiorentino


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