
«Mentre il Fondo monetario internazionale diffonde dati allarmanti relativi all'economia europea, secondo i quali sembra ormai inevitabile che la crescita, complice un riassestamento del sistema finanziario «arduo e prolungato», rallenterà sia nel 2008 che nel 2009, nel Vecchio Continente i Paesi Ue stanno studiando non solo politiche votate a creare le premesse per un maggiore coordinamento tra loro, ma stanno anche elaborando, singolarmente, tutte le misure necessarie a reagire alla recessione.
In questo momento storico diventa fondamentale che i governi si adoperino affinché la crisi finanziaria non abbia una ricaduta pesante sull'economia reale: i rischi che si annidano su quest'ultima sono infatti quelli legati ad un'eccessiva contrazione dei consumi e ad un razionamento del credito da parte delle banche. Ad allarmare, soprattutto in Italia, sono i dati sul ridimensionamento della domanda di consumo, i cui effetti potrebbero andare a colpire non tanto quelle imprese che hanno un business consolidato all'estero, quanto più quelle piccole e medie imprese che si alimentano soprattutto grazie alla domanda del mercato nazionale.
Ecco perché, proprio alla luce di questo scenario emergenziale, il nostro Governo si sta muovendo con tempestività, predisponendo tutte quelle misure che, pur rispettose della necessità di mantenersi l'Italia nei parametri Maastricht, siano in grado di far fronte a quegli effetti negativi che la crisi rischia di proiettare sul nostro Paese. Ed è proprio in questa direzione che il Governo Berlusconi si sta adoperando: da una parte ha varato un decreto volto a rafforzare una mission, quella delle banche, che dovrebbe essere orientata a sostenere i consumi e le imprese; dall'altra si sta muovendo affinché vengano salvaguardate quelle piccole e medie imprese che rappresentano lo zoccolo duro del tessuto economico italiano e alla cui produttività è aggrappato il nostro Sistema Paese.
Sostenere le produttività delle Pmi significa non solo tutelare in modo astratto il nostro sistema produttivo, ma anche l'humus sul quale si fonda gran parte del nostro sistema occupazionale, i cui aumenti di rimuneratività, ora più che mai, dovranno fondarsi sulla crescita della produttività. Dare sostegno alle Pmi, in uno scenario di crisi come quello attuale in cui è calata la domanda interna, significa varare tutti quei provvedimenti finalizzati ad accrescere la competitività delle nostre imprese soprattutto all'estero.
Ed è proprio questa la direzione imboccata dal nostro Esecutivo: in un momento di razionamento del credito e di conseguente aumento del suo costo, il Governo ha deciso di dare un segnale forte. Il ministero dello Sviluppo ha predisposto un piani di supporto da oltre 9 miliardi di euro, finalizzati all'assicurazione dell'export sia di beni strumentali che di consumo. Le imprese, inoltre, saranno supportate nel loro percorso di internazionalizzazione: verranno ad esempio aiutate a mantenere le quote di mercato quelle imprese che esportano soprattutto nei Paesi più esposti agli effetti negativi della crisi; non solo, l'Istituto per il commercio estero che fa capo al ministero dello Sviluppo sta studiando degli incentivi al Made in Italy sia a favore di quelle imprese che punteranno su paesi meno colpiti dalla crisi come Corea, Indonesia e alcuni paesi dell'Africa, sia di quelle che si rivolgeranno a mercati in cui il Made in Italy a preso corpo, come Est Europa, Russia e Paesi del Golfo. Sarà fondamentale che le nostre politiche di sviluppo all'estero siano orientate, dunque, verso quelle realtà che si prevede abbiano più potenzialità di crescita. Come ha sottolineato il sottosegretario allo Sviluppo Adolfo Urso, infatti, «nel prossimo biennio i mercati emergenti cresceranno con tassi intorno al 6%, contro poco più dell'1% dei paesi avanzati».
Dunque il Governo si appresta a varare provvedimenti trasversali, non solo volti a sostenere i settori della grande industria, attraverso campagne che incentivino la rottamazione delle auto e degli elettrodomestici, ma anche a l'emisfero delle Pmi. L'Esecutivo sta inoltre valutando la possibilità che lo Stato, senza incidere sul quadro della finanza pubblica, possa farsi garante di quelle imprese in crisi o comunque carenti di liquidità. Ed è proprio a questo fine che il Governo sta studiando la possibilità di potenziare un fondo già previsto presso la Cassa depositi e prestiti, una sorta di «Fondo sovrano» di interesse nazionale che in Italia, rispetto ai corrispettivi europei, rappresenta una fonte solida a cui attingere dal momento che può vantare 90 miliardi di euro di liquidità.
Non solo, il Governo si sta adoperando anche per trovare un accordo tra Abi e Confindustria (che coinvolgerebbe anche la Banca d'Italia e lo Stato) per favorire l'erogazione di prestiti alle imprese: è allo studio anche l'eventualità di considerare il credito che le imprese hanno nei confronti della Pubblica amministrazione come garanzia per una più «facile» concessione di prestiti alle Pmi.
Anche l'Europa sembra muoversi nella stessa direzione dell'Italia in quanto a sostegno alle piccole e medie imprese. Se allarghiamo lo sguardo allo scenario dei nostri partners Ue, infatti, si può notare come Oltralpe il governo francese abbia stanziato 22 miliardi per sostenere il credito alle Pmi e Oltremanica il governo inglese, se per ora si è mosso nella direzione che prevede stanziamenti per le opere pubbliche, sta comunque discutendo con l'opposizione la possibilità di sgravi fiscali per le Pmi.
In un modo globale in cui la tecnofinanza ha preferito immolare il domani (il profitto nel medio-lungo periodo) sull'altare dell'oggi, e quindi dell'idea di un profitto immediato, effimero perchè non giustificato da una crescita sistemica, è ora giunto il momento che la politica ripensi uno sistema di sviluppo che, se da una parte deve guardare all'oggi per tamponare gli effetti corrosivi di questa crisi, dall'altra ha il dovere di voltare pagina e di ritrovare quella «forza» che gli è propria per governare i cambiamenti secondo una prospettiva che non può non ispirarsarsi a scenari di più lungo periodo.