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IL POPULISMO CONTRO LA RAGIONE

9 febbraio 2017 di Maurizio Lupi

ROMA, GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO 2017 – Populismo è ormai una parola abusata e sganciata dalla sua origine storica nella Russia del XIX secolo, una sorta di socialismo rurale che si opponeva al regime zarista e alla sua burocrazia, ma sganciata anche dalle sue applicazioni sudamericane del ventesimo secolo (ad esempio Peron in Argentina). Noi diciamo populista con accento dispregiativo, ma non è l’unico modo con cui usare questa parola. Papa Francesco, ad esempio, dice: «C’è una parola tanto maltrattata: si parla tanto di populismo, di politica populista, di programma populista. Ma questo è un errore. Popolo non è una categoria logica, né è una categoria mistica, se la intendiamo nel senso che tutto quello che fa il popolo sia buono o nel senso che il popolo sia una categoria angelicata. Ma no! E’ una categoria mitica, semmai. Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o di un progetto comune. La storia è costruita da questo processo di generazioni che si succedono dentro un popolo. Ci vuole un mito per capire il popolo».
Il populismo ha in sé questa parola: popolo. La politica è “servire il popolo”.
Nei sistemi occidentali lo fa attraverso la forma della democrazia rappresentativa, attraverso lo strumento dei partiti. Una degenerazione corruttiva della natura propria dei partiti, che si sono autolegittimati come attori e beneficiari dell’azione politica – ha portato alla crisi della classe politica, avvertita sempre più come autoreferenziale e distante dai bisogni concreti dei cittadini, e alla nascita per reazione di quei movimenti che oggi definiamo populisti. Userò questo termine quindi per identificare la reazione antipolitica facendo direttamente appello alla categoria di “popolo”, pescando nelle sacche di emarginazione e di insoddisfazione.
Faccio riferimento alla situazione italiana dove i “populismi” sono essenzialmente tre.
Quello storico di sinistra, al quale solitamente non si applica l’aggettivo populista, che è più connotato da toni demagogici e da una visione sociale di classe. Tipico di questo populismo lo slogan elettorale della sinistra di pochi anni fa: “Anche i ricchi piangano”.
C’è poi il populismo incarnato oggi dalla Lega Nord di Matteo Salvini e dalla destra di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Le sue parole d’ordine ruotano intorno alle parole sicurezza, immigrazione ed Europa. Sono parole d’ordine che fanno leva su esigenze reali, problemi concreti molto avvertiti nella vita quotidiana ma per i quali si propongono risoluzioni tanto semplicistiche quanto irrealizzabili: ronde dei cittadini contro la microcriminalità, chiusura e impermeabilità dei confini nazionali, uscita dalla moneta unica quando non proprio dall’Unione europea, scelta sicuramente irrealizzabile nel breve periodo. È un populismo che si permette certi toni anche truci che alimentano irresponsabilmente la protesta perché sa di non avere (almeno in Italia) possibilità di successo e quindi di dover assumere l’onore del governo.
Infine, c’è il populismo grillino, un comico che ha fatto un partito, il Movimento 5 stelle, a sua immagine e somiglianza, che l’ha costruito e sviluppato attraverso un sapiente uso della rete e dei nuovi social, che ha saputo cavalcare bene lo scontento per la crisi economica e per gli scandali della politica, in questo ben supportato da buona parte della stampa e dal protagonismo di certi giudici. La stampa italiana ha cavalcato a lungo l’indignazione popolare infiammata dai “vaffa day” grillini, salvo essere ripagata dal disprezzo dei grillini e del loro capo che apostrofano i giornalisti chiamandoli servi del potere e costruttori di falsità quando hanno iniziato a indagare sulle magagne dei sindaci grillini, sulla mancanza di democrazia interna nel movimento, sulla incapacità di governo e sulle loro contraddizioni politiche ed etiche. Emblematico è il caso del sindaco di Roma, Virginia Raggi, finita indagata per abuso di ufficio nelle nomine dei suoi collaboratori (per gli indagati di altri partiti i grillini hanno sempre preteso immediate dimissioni, per lei sono diventati improvvisamente garantisti). Ma la vera “colpa” del sindaco di Roma è che ha paralizzato la città dicendo no a tutti i grandi progetti di rilancio della Capitale, anche quando venivano garantiti da investimenti privati e non da denaro pubblico: no alle Olimpiadi, no al nuovo stadio e alla riqualificazione del quartiere dove doveva sorgere, no alla ristrutturazione di grandi insediamenti aziendali nel quartiere dell’Eur.
Queste tre posizioni, pur essendo politicamente legittime, sono contrarie alla ragione tout court e anche alla ragione politica soprattutto perché tutte e tre implicano, con varie forme, il cambiamento come rivoluzione: quella nostalgica della classe, quella dei popoli contro le élites e le burocrazie e quella morale e giudiziaria dei puri contro i corrotti. E le rivoluzioni hanno come corollario sempre e comunque la violenza perché invece di risolvere i problemi eliminando le cause che li determinano pensano che li si possa risolvere eliminando (anche se non più fisicamente) l’avversario politico trasformato in nemico da abbattere.
Invece la storia procede per riforme, con l’ottimismo della volontà e la forza delle ragioni di una posizione politica che ha al suo centro la persona e il perseguimento del bene comune
Il nostro compito, come popolari non populisti, moderati, liberali, cattolici e riformisti, è quello di creare a livello dei vari Paesi e nel contesto europeo un luogo che dia rappresentanza alle ragioni del vivere insieme e favorisca la partecipazione attiva di tutti alla costruzione del benessere e della solidarietà.
Per farlo dobbiamo sicuramente guardare al futuro, avere il coraggio delle proposte, dei programmi piuttosto che degli schieramenti.
Possiamo fare tutto questo attingendo ai valori del nostro patrimonio culturale e alla nostra storia politica. Non siamo obbligati a schierarci con la sinistra che ancora non comprende come è mutato il mondo del lavoro, che ancora si arrocca sul monopolio statale dell’istruzione o che sposa il relativismo più sfrenato sui temi etici.
Alcide De Gasperi, uno dei padri dell’Europa unita, aveva chiaro il ruolo dei cristiani democratici e dei popolari: costruire un’alternativa alla sinistra e porre un netto confine a destra. Noi siamo eredi di questa storia che ha nel patrimonio consegnatoci la pace in Europa, la libera circolazione di beni e persone con il benessere che ne consegue, l’internazionalizzazione degli studi e della ricerca.
A noi spetta individuare il compito assegnatoci dalla situazione storica in cui ci troviamo in cui la tentazione dell’isolamento e dell’arroccamento e del rifiuto dell’altro torna prepotentemente. Per alcuni è una tentazione di origine ideologico, anche se si tratta di una ben misera ideologia, molto carente sul piano dell’analisi storica e della storia economica e sociale dei nostri paesi, per molti che la seguano è una tentazione alimentata da disillusione se non da disperazione. Questo populismo negativo si combatte solo con la politica, con la buona politica. Allora permettetemi di capovolgere il titolo di questa sessione dei vostri lavori: la ragione contro il populismo. È questa la strada, non facile, non demagogica, che non si può coprire dietro facili slogan, ma che è l’unica che, nel tempo, costruisce solidamente la pace e la solidarietà. Ciò che i nostri padri ci hanno consegnato noi ora dobbiamo riconquistarlo per non lasciare ai nostri figli un mondo peggiore di come lo abbiamo ricevuto.IMG_4112


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