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Sì a fiducia a governo Gentiloni – Intervento alla Camera del 13 dicembre 20\6

13 dicembre 2016 di Maurizio Lupi

Il mio intervento in aula durante le dichiarazioni di voto per la fiducia al Presidente del Consiglio incaricato Paolo Gentiloni.

Signora presidente, signor presidente del Consiglio, onorevoli colleghi

Sono sostanzialmente due le ragioni di fondo che inducono il gruppo di Area popolare-Centristi per l’Italia ad accordare la fiducia al nuovo esecutivo.

La prima è scritta nei provvedimenti di questi tre anni di governo, che abbiamo sostenuto con responsabilità e per i quali ci siamo impegnati. Ne faccio una rapida ma significativo scorsa perché le ragioni di una nuova assunzione di responsabilità più che in un discorso stanno in un elenco di fatti.

Il Jobs act con il quale si è rimesso in moto il mercato del lavoro: 588.000 ragioni fatte di carne e ossa, tanti sono, al netto di tutte le polemiche, i posti di lavoro in più dalla sua entrata in vigore. Bastano? No, finché ci sarà anche solo un disoccupato non possiamo sentirci a posto, ma con quel provvedimento abbiamo invertito una tendenza.

La riduzione della pressione fiscale: la cancellazione dell’Imu sulla prima casa, delle tasse sull’agricoltura, l’eliminazione della quota sul lavoro dell’Irap per le imprese, la riduzione dal 28 al 24 per cento dell’Ires, le nuove misure a favore delle piccole imprese e delle imprese individuali che rientrano nel cosiddetto regime dei minimi.

La scuola, un settore nel quale ci siamo direttamente e con forza impegnati, e che vede finalmente riconosciuta una effettiva libertà di educazione e parità scolastica all’interno dell’unico sistema pubblico di istruzione. Non elenco analiticamente tutti i provvedimenti, dico solo che dopo sedici anni dalla lungimirante legge 63 di Luigi Berlinguer l’Italia si sta finalmente avvicinando, anche se ancora molto resta da fare, ai sistemi educativi dei più evoluti paesi dell’occidente libero. I risultati ottenuti sono risultati acquisiti e dai quali non si potrà tornare indietro.

La famiglia. Cito un solo dato: 600 milioni di euro nell’ultima legge di bilancio, nella quale, per la prima volta nella storia repubblicana è dedicato in modo organico un intero capitolo alla famiglia: bonus bebè, bonus mamma, bonus asilo nido. Anche qui sappiamo che non bastano, ma è una strada sulla quale continuare. C’è un’emergenza demografica nel nostro Paese e dobbiamo fronteggiarla con lungimiranza. Sappiamo bene che i figli non si fanno per decreto legge ma per amore e perché si ha una speranza nel futuro, ma come classe dirigente abbiamo la responsabilità, anzi l’obbligo di togliere di mezzo ogni ostacolo di tipo materiale che trattenga una giovane coppia dal mettere al mondo un figlio.

La salute. Abbiamo discusso per anni dei costi standard in sanità, finalmente li abbiamo realizzati. Tutti, inoltre, si aspettavano tagli lineari, e invece è stato aumentato il Fondo sanitario nazionale, che l’anno prossimo arriverà a 113 miliardi con una previsione di 114 per il 2018. Dal 2013 al 2017 il finanziamento del Fondo è cresciuto di 6 miliardi, passando da 107 a 113, con un incremento del 5,5%.

La sicurezza. 2015 e 2016 sono stati due anni cruciali, con due eventi internazionali, l’Expo e l’Anno santo, che tenevano tutti in apprensione. Le nostre forze dell’ordine, l’esercito, i servizi con la loro professionalità hanno garantito in modo esemplare che tutto si svolgesse in un clima di oggettiva sicurezza.

 

La seconda ragione del nostro voto di fiducia sta nel nuovo contesto creatosi nel nostro Paese dopo la bocciatura da parte dei cittadini della legge di riforma costituzionale sottoposta a referendum popolare.

Dopo le dimissioni del presidente del Consiglio noi, ma non solo noi, abbiamo auspicato che sui toni da rissa prendesse sopravvento un clima istituzionale nel quale, con il concorso di tutti, si potesse dare velocemente una nuova legge elettorale al Paese, una legge coordinata per Camera e Senato (proposta che, tra l’altro, era già prevista con l’Italicum: una bozza di Italicum per il Senato fu presentata, ma la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama decise di accantonarla) in modo da poter tornare dagli elettori e dare al Paese il governo stabile di cui ha bisogno.

Per fare questo serviva un’Italia unita. Ma tutte le forze di opposizione al governo Renzi hanno detto di no. Legittimamente, ma hanno detto no.

Allora è il momento di un’altra assunzione di responsabilità, perché la sesta potenza industriale del mondo non può stare inopinatamente senza governo.

Ed è ripartito il film già visto, con battute già scritte, ma sempre buone per un po’ di propaganda e demagogia: “il quarto governo non eletto dal popolo”, “state al governo per spartirvi le poltrone” eccetera. Accuse lanciate da quelle stesse forze politiche che di fronte all’offerta di una collaborazione più ampia alla responsabilità di governo dicevano: “Assolutamente no, tocca a voi assumervi la responsabilità di dare uno sbocco alla crisi”.

E noi questa responsabilità ce la assumiamo, abbiamo detto e ridiciamo che non abbiamo nessuna paura del voto, né abbiamo timore di metterci la faccia quando si tratta del bene comune e di ciò che serve al Paese come costantemente il presidente Mattarella ci ha ricordato. E cito, per chi, a distanza di appena due giorni, avesse già dimenticato, come ha dimenticato le parole del presidente Napolitano tre anni fa e l’impegno che il parlamento si era assunto di fronte a lui. Ecco le parole del Capo dello Stato: occorre “l’armonizzazione delle due leggi per l’elezione della Camera e del Senato. Il nostro Paese ha bisogno in tempi brevi di un governo nella pienezza delle sue funzioni: vi sono di fronte a noi adempimenti, impegni e scadenze che vanno affrontati e rispettati. Si tratta di adempimenti, impegni e scadenze di carattere interno, europeo e internazionale”.

Vediamoli questi impegni che, pur nella dialettica serrata e anche dura tra maggioranza e opposizione, mi auguro sapremo affrontare in un clima di confronto che torni ad essere rispettoso dell’avversario politico, che non è un nemico da abbattere o da processare nelle piazze. Anche se alcune assenze in quest’aula mi fanno presagire che il nostro resterà un desiderio e un appello inascoltato.

La lette elettorale. Ormai è chiaro che è una questione nella piena responsabilità del Parlamento. Non ha senso che su questo la Camera resti ferma un mese ipnotizzata dall’attesa del pronunciamento della Corte costituzionale. Ci sono già proposte di legge depositate, iniziamo subito il loro esame in Commissione senza perdere ulteriore tempo. Il pronunciamento della Corte arriverà su un Parlamento già al lavoro, su una politica che fa in pieno il suo dovere, lo prenderemo in considerazione, lo rispetteremo ma non si ripartirà da zero. Togliamo ogni alibi a noi stessi, a chi usa strumentalmente di questa vicenda per fare melina e per rinviare la data delle elezioni che pubblicamente dice di volere molto vicina.

La questione finanziaria. Per MPS e per il sistema bancario italiano un decreto legge serve oggi. Ci dicono: bisogna votare perché serve un governo forte che affronti il problema. Ribadisco: un decreto serve oggi, perché non sono in ballo solo due milioni di correntisti, è a rischio l’equilibrio di un sistema, con le conseguenze drammatiche che questo comporterebbe per imprese e famiglie. È questa la differenza tra demagogia e responsabilità. L’altro giorno mi son sentito dire da un leader dell’opposizione: “Io questa parola, responsabilità, non la sopporto più”. Per me, per noi, invece responsabilità non è una parola ma un fare concreto, un rimboccarsi le maniche. Responsabilità vuol dire, ad esempio, che non vogliamo illudere i cittadini con impegni che sappiamo irrealizzabili, come quello di qualche  collega onorevole che promette un referendum per uscire dall’euro che semplicemente non si può fare (e il collega lo sa, o dovrebbe saperlo) perché non possiamo fare referendum sui trattati internazionali, lo dice l’articolo 75 della Costituzione che quel collega ha difeso con impegno in questi mesi. Né possiamo fare un referendum propositivo, nel quale chiedere agli italiani se vogliono uscire dall’euro, perché la riforma della Costituzione che lo prevedeva è stata – anche qui grazie alla solerzia di quel collega, ma non solo – respinta dagli italiani.

Gli impegni internazionali, a partire dal prossimo Consiglio europeo, alla questione dei migranti, al contrasto al terrorismo jihadista, al bilancio dell’Unione europea, al G7 di Taormina… sono sotto gli occhi e nell’agenda di tutti.

Del dovere di continuare a dare una risposta concreta ai comuni e alle persone colpite dal terremoto mi sembra addirittura superfluo parlare.

 

Voteremo quindi la fiducia al governo non per spirito di omogeneità ma come contributo di diversità che si assumono, per la terza volta, la responsabilità di affrontare le emergenze del Paese di fronte all’alternativa del vociare senza costrutto a cui parte dell’opposizione ci ha purtroppo abituato in questi anni.

 


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