Maurizio Lupi

 Garante: sugli scioperi grave invasione di campo
Dicembre 9, 2014

Garante: sugli scioperi grave invasione di campo

Intervista a Maurizio Lupi sul Corriere della Sera di martedì 9 dicembre «Il garante fa politica e sbaglia. Doveva agire sullo sciopero»

«Le invasioni di campo sono sempre da condannare. Questa, poi, è ancora più grave». Perché? «A scavalcare il muretto non è un semplice spettatore ma addirittura chi dovrebbe fare l’arbitro».
Da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi (Ncd) ha fatto un corso accelerato sulle regole degli scioperi, sulla loro gestione. E l’«arbitro invasore» che sta criticando è Roberto Alesse, il presidente per l’Autorità di garanzia degli scioperi che ha parlato di «proteste arrivate ormai a livello patologico» e di istituzioni «pavide e auto referenziali», chiedendo al governo di «tornare a mediare».
 
Perché parla di invasione di campo, ministro?
«Perché se davvero vogliamo provare a cambiare questo Paese dobbiamo evitare di ripetere gli errori del nostro passato recente e lontano. La politica deve fare la politica, mentre le autorità indipendenti devono svolgere il loro ruolo di garanzia. Nel caso specifico l’autorità sugli scioperi deve verificare se la proclamazione di uno sciopero, diritto fondamentale che nessuno vuole toccare sia chiaro, non contrasta con i diritti degli altri cittadini».
 
E non le sembra che lo stia facendo?
«Forse sul prossimo sciopero generale, quello del 12 dicembre, poteva fare qualcosa in più. Cade di venerdì, si tratta di uno dei primi fine settimana prima delle vacanze di Natale. E tutti sappiamo quanto è importante un minimo di ripresa dei consumi per provare ad uscire dalla crisi. Mi ha sorpreso il fatto che prima abbia scelto di non intervenire e poi si sia messo a parlare dell’importanza del dialogo».
 
Non è importante il dialogo in un momento come questo, quando sugli operai che rischiano il posto arrivano le manganellate?
«Certo che lo è, ma a patto che non voglia dire solo perdere tempo. Se il dialogo è la scusa per fermare il cambiamento è sbagliato, se invece serve a dare una direzione giusta alle scelte della politica allora sono d’accordo. Ma non vedo perché l’invito al dialogo debba essere rivolto solo al governo. Come noto per dialogare bisogna essere in due».
 
Sta dicendo che, dopo queste parole, Alesse non è più compatibile con il ruolo di garanzia?
«Non dico questo, non esageriamo. Ma anche il semplice dubbio che ci sia stata un’invasione di campo toglie autorevolezza all’istituzione che presiede. Sappiamo quanto fatica abbiamo fatto a portare in Italia il modello delle autorità indipendenti».
 
In realtà il governo Renzi pensa che ce ne siano troppe.
«Questo è vero ma alcune, come quella sugli scioperi, sono importanti davvero. A patto che non abbiano la tentazione di esercitare funzioni di supplenza, di riempire vuoti lasciati da altri. Anche perché adesso questi vuoti non ci sono proprio: con il governo Renzi si può essere d’accordo oppure no ma, insomma, non si può certo dire che abbia questo difetto».
 
In questi mesi il governo non ha mai nascosto di voler andare contro i sindacati. «Io creo lavoro, loro inventano scioperi» ha detto Renzi pochi giorni fa. Forse i toni non aiutano, non crede?
«Non è questione di toni ma di sostanza e le faccio un esempio concreto. Alitalia stava chiudendo, abbiamo trovato con Etihad un piano da 1,6 miliardi di euro, ad oggi abbiamo solo 440 lavoratori in mobilità e speriamo di ricollocare pure loro. Qual è stata la risposta? Per protesta un sindacato ha pensato bene di bloccare i bagagli all’aeroporto di Fiumicino. Che cos’è questa se non ottusità, se non vetero comunismo che non serve a nulla?».
 
Ministro, il numero degli scioperi aumenta perché la crisi non molla e la gente continua a perdere il lavoro.
«Ecco, il vero problema è questo. Noi dobbiamo fare l’impossibile perché la tensione sociale diminuisca. Ma l’assistenzialismo non è un modo per uscire dalla crisi, anzi. Per dare lavoro vero bisogna creare le condizioni per la crescita. Il dialogo va sempre bene, ma a patto di restare dentro questa cornice»

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