“Andiamo oltre il Milanese Imbruttito” – L’Intervista di Alessandro Banfi

Intervista con Lupi: “Andiamo oltre il Milanese Imbruttito”

15 Aprile 2021- L’Intervista di Alessandro Banfi a Maurizio Lupi

 

Con questa intervista 10alle5 Quotidiana inizia una serie di incontri con personalità della politica e della cultura. Vogliamo riflettere su Milano e sul suo destino: che cosa ci aspetta nei mesi a venire? Al di là dell’appuntamento elettorale per il rinnovo della carica di Sindaco, fissato per il prossimo autunno, come si ricostruirà la capitale morale? Su che cosa fare leva per quella ricostruzione, che è al centro degli obiettivi e dei programmi di tutta la Nazione? “Milano è vicino all’Europa”, cantava Lucio Dalla. Nei prossimi mesi e anni anche l’Europa sarà vicina a Milano, nel senso che il Piano di Ricostruzione Nazionale si basa sui fondi di Next Generation UE. Come vivremo questa opportunità?

La prima intervista che vi proponiamo è con Maurizio Lupi. Già Ministro nei governi Letta e Renzi, deputato per “Noi con l’Italia” formazione del Centro destra, è un milanese innamorato della sua città. Per molti sarebbe la migliore scelta come candidato sindaco a Palazzo Marino.

 

Qual è secondo lei l’urgenza più grande che hanno i cittadini milanesi in questa fase? In un momento come questo credo che l’esigenza più grande di un cittadino nei confronti della propria amministrazione sia quella di non sentirsi solo, abbandonato. La paura del futuro sta prendendo anche i milanesi: le nuove povertà che stanno emergendo e il cui simbolo sono le code al Pane Quotidiano, le differenze sociali che si acuiscono e diventano sempre più palesi, la distanza tra periferie e centro; ciò che è stato Milano negli anni passati sembra essere messo in crisi da questa pandemia. Milano era la città Re Mida, la città che non si doveva mai fermare, un treno ad alta velocità che sfrecciava e guardava positivamente al proprio futuro. Oggi tutto questo è messo in discussione. È il momento in cui si capisce il legame tra cittadino e istituzioni. È allora il tempo di sentirsi parte di una comunità in cui uno non si sente abbandonato, si sente guidato e sa che può guardare con certezza al proprio futuro, non tanto perché ci sia una certezza, perché in momenti come questi nessuno può darne, ma perché sa di appartenere a una comunità che riscopre la propria identità e i propri valori. Milano è sempre stata questo: la tradizione ambrosiana, la nascita del volontariato, la ricchezza di energie, l’ascensore sociale, che ha sempre dato la possibilità a un immigrato di sentirsi protagonista.


Milano è sempre stata una città all’avanguardia dello sviluppo del Paese. In questo periodo sembra quasi che il suo modello di sviluppo sia in crisi. Come si esce da questa impasse?
Non dando nulla per scontato, ripartendo dalla ricchezza del proprio territorio, rimettendo in discussione anche progetti di sviluppo attuati negli anni precedenti. Ad esempio, richiede un grande ripensamento la Milano verticale, quella dei nuovi quartieri come City Life e Porta Nuova, che oggi rischiano di diventare cattedrali nel deserto, perché lo smart working fa venire meno la funzione attrattiva di grattacieli pensati per 2.500 persone in cui ora lavorano 300 persone. Da dove si può ripartire? Si riparte sempre dalle eccellenze presenti nella città, dalle forze vive, valorizzandole, creando le condizioni perché possano esprimersi, e contemporaneamente non lasciando indietro nessuno, in una collaborazione tra pubblico e privato, tra amministrazione e risorse dei cittadini, che a Milano c’è sempre stata. Le eccellenze sono note: università, ricerca, ospedali, scuole… Si riparta da qui e si accetti la sfida del futuro, anche rimettendo in gioco certezze acquisite.

In che cosa lei pensa che Milano possa essere ancora la capitale morale del Paese?

Solo se non si spegne il suo senso civico, la sua voglia e forza di non aspettare che gli altri ti risolvano i problemi. La forza di Milano è sempre stata che non dipendeva dalla politica e dalle istituzioni, ma che chiedeva alla politica e alle istituzioni di prendere atto di ciò che si stava muovendo, e questo diventava un esempio per tutti: io voglio essere protagonista e posso esserlo insieme ad altri, insieme a colui che mi è a fianco. Il milanese rifiuta ogni idea di assistenzialismo. C’è poi una caricatura da smentire: quella del milanese imbruttito, con la puzza sotto il naso e l’atteggiamento da primo della classe. Milano è l’imprenditore che può lavorare dodici ore al giorno e che ha il senso morale della propria responsabilità e del proprio dovere, ma che ha anche il cuore grande che vede e aiuta l’altro che fa fatica. La sfida più importante che Milano deve ancora una volta giocare è quella delle periferie, geografiche ed esistenziali – come dice Papa Francesco. Dobbiamo ritornare a costruire luoghi dove la persona sia al centro e dove anche i servizi ridiano dignità alla persona.

Qual è la prima riforma concreta di cui i milanesi e la città hanno bisogno?

Ridurre le distanze tra chi ha e chi non ha, tra chi è più fortunato e chi lo è meno E questo parte dalle piccole cose. È la rivoluzione delle cose concrete che può far tornare la città a sognare: l’attenzione alla buca per strada, al giardino che può tornare a esser pulito, alla povertà sanitaria o alimentare, alla mamma che possa conciliare famiglia e lavoro, ad asili nido accoglienti e a scuole che siano all’altezza della propria vocazione.

 

La macchina amministrativa comunale lei ritiene funzioni bene? 

È sempre stata una grande risorsa per la nostra città. Bisogna valorizzarla, ma bisogna avere il coraggio di tornare a evitare l’invadenza eccessiva di una pubblica amministrazione che entra dappertutto, che diventa sovrana. La burocrazia va snellita, una pubblica amministrazione efficiente si basa su un rapporto corretto con il cittadino. L’esempio più concreto della distanza tra cittadino e amministrazione è dato dall’intervento sulla viabilità: è stata calata dall’alto un’idea che non fa i conti con il bene comune e con la realtà, un’operazione ideologica. Per Milano vincere la sfida green, dell’ambiente e delle piste ciclabili sarà un punto di forza, il futuro delle grandi città si gioca sulla qualità della vita e delle sue infrastrutture, ma questo progetto per non essere ideologico deve fare i conti con la vocazione di Milano, una città dinamica, per cui per valorizzare le piste ciclabili non posso trasformare  le strade della città in imbuti in cui nessuno si muove e il rischio è che la macchina investa il monopattino, la bicicletta il pedone e l’autobus non possa girare. La rivoluzione della viabilità fatta dall’attuale assessore è il contrario di ciò che i milanesi si aspettano. Molto meglio una grande area pedonale con parcheggi ai suoi confini che un mischiare funzioni che rendono la città invivibile e i cui effetti – il traffico paralizzato – si vedranno quando Milano tornerà a essere la città che vogliamo.

 

A cura di Alessandro Banfi