CORRIERE DELLA SERA: BASTA CORSE INTERNE TRA NOI. I PIANI DI CALENDA E RENZI? IL CENTRO NON SI FA A TAVOLINO

A presidiare il centro, tra Salvini e Meloni che a Verona tornano insieme per sostenere il candidato sindaco Sboarina mentre FI appoggia l’ex Tosi, sul palco c’è solo lui. E Maurizio Lupi, leader di Noi con l’Italia, sa che non può essere quello della frammentazione, delle gomitate fra alleati, della sfida perenne per il primato la via che dovrà portare alle elezioni. «Stiamo ancora pagando le rotture su governo e elezioni di Mattarella, ma è chiaro che se la mia coalizione non ritrova il valore politico, non numerico, dello stare insieme, rischia di sfaldarsi». Per farlo, vanno respinti gli appelli a costruire «un partito di centro fatto da tanti piccoli colonnelli e senza un collante reale», e vanno ridati al centrodestra un baricentro moderato e «proposte, ideali, programmi all’altezza di un Paese profondamente cambiato dopo 3 anni di emergenze: serve la forza di un progetto, non la corsa interna a chi arriva primo».

È un no alle proposte che arrivano da Renzi, da Calenda, per un soggetto di centro autonomo?
«Questo centro ormai Araba Fenice non potrà mai nascere da una formula a tavolino, senza una proposta politica. Non a caso l’unico esperimento di questo tipo, quello di Monti nel 2013 che ebbe anche un discreto successo elettorale dal punto di vista numerico visto il traino dell’ex presidente del consiglio, si è sfaldato in pochi mesi in Parlamento. E questo perché non è che tanti piccoli De Gasperi facciano automaticamente una Dc».

C’è l’esperienza Macron però che viene citata come esempio virtuoso
«Ma in Francia c’è un sistema istituzionale ed elettorale molto diverso. Il doppio turno favorisce la possibilità di presentarsi autonomamente, come potrebbe accadere anche con il proporzionale, che offre lo spazio politico per una proposta ragionata e però tutta da costruire, con valori, idee comuni, con una missione e un collante politico».

Renzi parla dell’esperienza Draghi come ispiratrice, di una «eredità» da cui ripartire: non basterebbe?
«Serve realismo. E la realtà è che, a differenza di Monti, Draghi ha detto che non ha alcuna intenzione di scendere in politica. La sua eredità è un’altra, come lui stesso chiarì quando divenne premier: il suo governo doveva rappresentare non la sconfitta della politica, ma il primo passo verso il recupero di quello che la politica deve essere. E cioè l’autorevolezza, concretezza, impegno serio per il bene comune, senza inseguire i like sui social, i sondaggi o lisciando il pelo alla gente».

Ma i due poli vedono l’uno la competizione tra i due partiti di destra per la leadership, l’altro il difficile rapporto tra Pd e Movimento 5 Stelle: cosa dovrebbe mai cambiare da oggi al voto?
«Saranno gli elettori a decidere chi e quanto è credibile tra e nelle coalizioni, ma tutti noi moderati dobbiamo chiederci: il nostro destino è condannarci all’irrilevanza o lavorare per ritrovare le radici che ispirarono il centrodestra dei contenuti, della responsabilità, della concretezza? Io voglio provarci, lo spazio e le possibilità ci sono».

 

Intervista al Corriere della Sera del 10/6/2022 di Paola di Caro